Italia e la fuga di cervelli

Settemila su quattordicimila, tornati negli ultimi otto anni in università ed enti di ricerca nazionali, alle professioni private altamente qualificate (grazie alle agevolazioni fiscali che si sono succedute dal 2010), ora hanno scelto di riapprodare in un ateneo nordeuropeo, un laboratorio londinese, una multinazionale con sede lontana sia da Roma che da Milano.

Un report costruito dal Gruppo Controesodo racconta come dal 2011 al 2017, seguendo i dati dell’Agenzia delle Entrate, ogni anno sono rientrati in Italia duemila top workers in media, di cui una parte (residuale) professori e ricercatori pubblici. Sono, questi, soggetti “con requisiti di elevata specializzazione, in possesso di un titolo di laurea e hanno maturato un’esperienza lavorativa estera almeno biennale o hanno conseguito un titolo di studio di livello accademico all’estero”. Già dal 2012, seguendo la tabella offerta, di questa corte di duemila rientranti ne sono usciti cinquecento, nel 2013 sono stati 875 i ripartiti e, stagione dopo stagione, 1.156, 1.367, 1.525 fino al 2017 quando il numero di coloro che hanno lasciato per la seconda volta l’Italia quasi ha pareggiato i nuovi rientri: 1.610 (sempre contro duemila arrivi). In sette stagioni si possono stimare quattordicimila cervelli italiani riaccasati e poco più di settemila ripartiti, il 50,23 per cento. Metà ha riassaggiato il nostro Paese ed è tornato all’estero.

L’imbuto delle agevolazioni fiscali

La “seconda fuga” è dettata da tre ordini di motivi. Un’offerta di lavoro irrinunciabile, per esempio, per professionisti abituati per biografia all’internazionalizzazione. Ancora, una nostalgia per le buone pratiche scoperte nel resto d’Europa. Secondo il Gruppo Controesodo molti, però, sono stati spinti nuovamente via dall’impossibilità di accedere alle agevolazioni fiscali che i vari decreti hanno introdotto, a volte contraddicendosi, altre volte costringendo laureati e ricercatori a pagare le differenze previste tra una legge e la successiva (questa battaglia, tuttavia, gli “impatriati”, si chiamano così, l’hanno vinta contro l’Agenzia delle entrate).

Il decreto legge dello scorso aprile – Governo Lega-M5S – in prima istanza aveva incrementato al 70 per cento (prima era al 50) il reddito esente per i “rientranti”. Per chi tornava in una regione del Sud si arrivava al 90 per cento. Il Decreto crescita aveva quindi vincolato il premio a un “radicamento permanente”: mantenimento della residenza fiscale in Italia per almeno tre anni e allungamento della defiscalizzazione a cinque stagioni. Benefici anche superiori erano previsti per docenti e ricercatori. “Il problema”, sostiene ora Controesodo, affiancato dagli studiosi rientrati in Italia grazie al Programma Rita Levi Montalcini, “è che ci sono ulteriori regole di retention, trattenimento, che riguardano l’acquisto di un immobile sul suolo italiano o la generazione di figli. In questi casi si può godere di un ulteriore sconto da otto a tredici anni, ma l’ultimo beneficio è reso accessibile solo ai lavoratori che rientrano a partire dal 2020″. Ci sono almeno tre coorti generazionali, i rientrati dal 2017 al 2019, fuori dai benefici extra. “La perdita di gettito per ogni soggetto che decide di non restare in Italia al termine del periodo agevolato corrisponde al 100 per cento mentre la minore tassazione dei soggetti che sarebbero spontaneamente rimasti corrisponde al 50 per cento”. Lo Stato, con l’indifferenza per i migranti intellettuali di ritorno, ci rimette metà incasso.

Una perdita di gettito di 280 milioni

Il reddito medio dei lavoratori altamente qualificati è alto, dice il ministero delle Finanze: 102 mila euro lordi nell’anno fiscale 2017. La tabella realizzata dall’associazione stima una perdita di gettito per lo Stato pari a 194 milioni di euro di fronte a una “seconda fuga” realizzata tra il 2021 e il 2025. Altri 16,5 milioni di euro non entrerebbero se le extra agevolazioni non fossero applicate alla platea pre-2020. La perdita si può stimare, ora, in 210,5 milioni.

C’è da segnalare che le legge per gli impatriati può riguardare – oltre a calciatori vip, tra cui Mario Balotelli – un’aliquota di ricercatori: 1.624 secondo una stima del 2017. Perdendo questi, la perdita di gettito Irpef sarebbe pari a 70,5 milioni totali. Siamo intorno a un meno 280 negli introiti totali di Stato.

L’età media di chi torna è di poco superiore ai 35 anni, l’83 per cento proviene dall’area europea. Il 33,34 per cento lavora nel ramo Finanza-Assicurazioni, il 6,67 per cento nell’Istruzione e nella Ricerca. Tra coloro che sono rientrati attraverso il Programma Montalcini, un quarto ha vinto grants Erc o è risultato finalista. “L’accesso all’estensione delle agevolazioni ai ricercatori e docenti rimpatriati, trattenendoli in Italia per un periodo più lungo, avrà un impatto positivo anche sulla sprovincializzazione dell’università italiana sopperendo a una comprovata carenza cronica di attrattività dei nostri atenei per gli studenti stranieri”.

Il Gruppo Controesodo ha proposto un emendamento al Senato, fatto proprio dal Pd, per allargare a chi è già rientrato la defiscalizzazione spinta. Entrerà nel dibattito parlamentare di fine anno.

La Germania attira i nostri maturati e i professori

Secondo una ricerca della Flc Cgil, ogni anno 13 mila ricercatori precari lasciano l’Italia e dal 2008 al 2018 sono stati ben 140 mila. In Germania – è questa è una ricerca del Centro studi Daad e Dzhw – la comunità degli accademici italiani è la più forte (3.185 nel 2016) dopo quella autoctona. Il Rapporto Migrantes del 2017 ha contato un raddoppio dei maggiorenni italiani che, ottenuta la Maturità da noi, sono corsi in Germania per l’alta formazione: da 3.976 a 8.550 in sette anni. Solo nel biennio 2016-2017 i ricercatori migranti – quasi tutti partiti senza aver ricevuto una proposta – sono costati al Paese 7 miliardi di euro.

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