Nuova scoperta italiana per combattere l’Alzheimer

La malattia di Alzheimer o morbo di Alzheimer è la più comune causa di demenza, di cui rappresenta il 50-60 per cento dei casi. Il processo degenerativo che colpisce progressivamente le cellule e le connessioni cerebrali, provocando quell’insieme di sintomi che va sotto il nome di demenza: cioè il declino progressivo e globale delle funzioni cognitive e il deterioramento della personalità e della vita di relazione.

L’invecchiamento del cervello, con la diminuzione progressiva di nuovi neuroni, che porta al morbo di Alzheimer, può essere rallentato, e anzi si può  invertire il trend favorendo  un vero e proprio “ringiovanimento”. È quanto scoperto da un team di ricercatori italiani dell’istituto  Ebri, che hanno appurato che la nascita di nuovi neuroni nel cervello adulto    (neurogenesi) si riduce in      una fase molto precoce della malattia di Alzheimer. Tale alterazione è causata dall’accumulo nelle cellule staminali del cervello di aggregati altamente tossici della proteina beta Amiloide, chiamati A-beta oligomeri.

La nascita di nuovi neuroni
Il team è riuscito a neutralizzare gli Abeta oligomeri nel cervello di un topo malato di Alzheimer introducendo l’anticorpo A13 all’interno delle cellule staminali del cervello, riattivando la nascita di nuovi neuroni e ringiovanendo cosi il cervello. In particolare, i ricercatori hanno dimostrato come la strategia messa a punto nei laboratori dell’Ebri permetta di ristabilire la corretta neurogenesi nel modello di topo studiato, recuperando dell’80% i difetti causati dalla patologia di Alzheimer nella fase iniziale. Lo studio coordinato da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli presso la Fondazione Ebri Rita Levi-Montalcini, insieme a Cnr, Scuola Normale Superiore e Dipartimento di Biologia di Roma Tre, è stato pubblicato sulla rivista Cell Death and Differentiation.

“Lo studio dei ricercatori dell’Ebri è molto interessante per il tipo di approccio. L’eventuale traslazione sull’uomo, tuttavia, necessiterà di tempi lunghi, almeno una decina di anni”. Ad affermarlo è Paolo Maria Rossini, Capo Dipartimento di Neuroscienze al San Raffaele di Roma, a proposito della nuova molecola scoperta che contrasta la malattia di Alzheimer. Tempi più lunghi, secondo l’esperto, sono infatti necessari “sia per costruire dei trials clinici che per mettere a punto metodiche d’individuazione di soggetti a rischio elevato identificati anni prima dell’esordio dei sintomi. Gli oligomeri, infatti, sono attivi anche 10-15 anni prima che si formino le placche”. Insomma, prima di poter avere disponibile una nuova cura, rileva, “ci vorranno almeno una decina di anni, pertanto non bisogna dare inutili speranze ai malati e alle famiglie”. Il team dell’EBRI, sottolinea, “è riuscito a neutralizzare gli A-beta oligomeri nel cervello di un modello animale (topo malato di una forma che assomiglia all’ Alzheimer dell’uomo) introducendo l’anticorpo A13 all’interno delle cellule staminali del cervello, riattivando la nascita di nuovi neuroni e recuperando dell’80% – conclude – i difetti causati dalla patologia di Alzheimer nella fase iniziale”.

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